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Il Rorschach e le ombre del gioco

Dice un vecchio detto: Il giocatore ha il diavolo in cuore. Queste parole possono ben esprimere il dramma di tanti giocatori patologici che in Italia stanno aumentando in misura esponenziale. Qualche giorno fa si è tenuto, presso la Camera dei Deputati a Roma,  un Convegno dal titolo A che gioco giochiamo? Politici ed esperti si sono confrontati su un problema che in Italia sta assumendo  dimensioni  drammatiche sia per i costi,  un giocatore costa allo Stato Italiano circa 38.000 euro l’anno, sia per l’ingerenza della malavita  nei giochi on line e nelle sale scommesse. Nel 2011 la cifra spesa dagli Italiani per il gioco, in tutte le sue forme, ammonta a circa  80 miliardi di euro. Ma l’elemento che risulta più inquietante è la partecipazione sempre più numerosa dei minorenni, che si dedicano in prevalenza al gioco on line. Internet ha slatentizzato la tendenza al gioco di molti individui  che, nello spazio sicuro della propria casa, percorrono tutte le tappe della dipendenza, senza averne consapevolezza. I dati sulla situazione sono preoccupanti: in Italia esistono più di  700.000 giocatori patologici e recenti stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenziano come  circa un milione e 800mila italiani siano a rischio di ludopatia. Questi numeri sono destinati ad aumentare perché lo Stato Italiano promuove una quantità sempre maggiore di giochi i cui  ricavi   rappresentano  il 4% del Pil, circa 16 volte il business annuale di Las Vegas!

In Italia il problema della dipendenza da gioco è sottostimato: non è stata recepita, a livello del SSN, la definizione del DSM IV che pone il gioco d’azzardo patologico (GAP) nella categoria dei  disturbi del controllo degli impulsi. Si tratta di una patologia   che implica  una compromissione dei vari aspetti della vita di un individuo: personale, familiare e finanziario.  La ludopatia è dunque una dipendenza, ma possiamo definirla una dipendenza silente: i media le  riservano  scarsa attenzione, sono pochi gli specialisti in questo campo e  in Italia  i Centri, pubblici e privati,  preposti alla cura di questo disagio sono ancora in numero esiguo.

Il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti ha condotto un’importante ricerca sul gioco d’azzardo in Italia e sulle strutture terapeutiche a cui si rivolgono i giocatori patologici. Analizzando i dati  sull’attività di questi centri abbiamo verificato che, nella maggior parte dei casi,   manca  un servizio di psicodiagnosi. Ma noi sappiamo che la psicodiagnosi è uno strumento fondamentale per costruire un progetto terapeutico.  Dal quadro che emerge sembra che l’interesse precipuo stia nel curare il sintomo più che nell’individuare i motivi profondi che sono alla base di questo comportamento. Questa carenza è ancora più grave se si considera che le ricerche svolte in Italia su questo tema si servono di questionari americani che  accertano la dipendenza da gioco, ma non sono utilizzati test proiettivi come il Rorschach per conoscere il profilo psichico del giocatore dipendente.

Nella grande categoria delle dipendenze la ludopatia assume una configurazione particolare, che la rende diversa da altre forme di dipendenza: nei periodi di  incertezza e di transizione come quello che stiamo vivendo ora  il gioco diviene   il  luogo in cui si sfida il destino avverso o  si corteggia il caso.  Lo scrittore russo Dostoevskij ha descritto mirabilmente i demoni che abitano il cuore del giocatore, ma  anche il Rorschach può indagare su questi  demoni e può rispondere alla domanda  “Qual è la tipologia del giocatore patologico,  perché diventa dipendente e perché – tra le tante forme di dipendenza – sceglie proprio questa?”  Da tempo ci stiamo occupando di  ludopatia  e sappiamo come una psicodiagnosi Rorschach possa individuare quel fondo oscuro da cui nascono  le dipendenze,  ma anche  quella particolare fisionomia psicologica che ha bisogno di tentare e sfidare la sorte per dare un senso alla propria esistenza o per cambiarla. Gli elementi ‘in gioco’ sono molti, abbiamo a che fare con psichismi che hanno un substrato archetipico, per questo è così difficile intervenire a livello terapeutico.

Se grandi scrittori, musicisti,  registi e lo stesso Freud sono stati attratti dalla figura del giocatore ciò significa che questi non solo incarna un potente elemento di fascino ma  è portatore di un quid  in cui tutti noi, a livello profondo, possiamo riconoscerci. E a questo punto entriamo tutti in gioco….

Maria Fiorentino – Salvatore Parisi

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