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Sul “Trattato della vita elegante” di Balzac

Una panacea rivoluzionaria. Postfazione del Prof. Salvatore Parisi alla quarta edizione italiana del “Trattato della Vita Elegante” di Honoré de Balzac.

L’incontro con il Trattato della vita elegante di Balzac avvenne quando, intorno ai trent’anni, cominciai la mia ricerca sistematica di testi e pubblicazioni che riguardassero l’abbigliamento e lo stile classico maschile. In quel particolare momento di indagine e riflessione, cruciale per certi versi, fui rapito da questo trattato incompiuto, che condensava in poche pagine umanità, eleganza, dottrina e satira, riuscendo a donarmi una vera e propria epifania sulla ricerca personale che stavo conducendo.

All’inizio ovviamente lo considerai per quello che sembrava essere, un manuale che dettava rigidamente le regole da seguire per il raggiungimento dello status di homo elegans, ma poi si è svelato per quello che davvero è, un viaggio alla riscoperta della comprensione del gusto e della bellezza.

In fin dei conti è proprio di questo che trasudano le pagine del grande scrittore, dell’anelito umano a intravedere e ricercare nelle proprie azioni e nella propria quotidianità uno spiraglio di pura perfezione, la rifrazione esatta di una luce di grande armonia e vera acquisizione del concetto del Bello, ma purtroppo, sia per ragioni storiche (ricordiamo che questo libro usciva nel momento di accettazione della borghesia come nuova entità sociale) che umane e quindi psicologiche e sentimentali, la prima lettura che se ne fa è semplicemente legata al valore “dittatoriale” della manualistica e all’uso pratico che se ne può fare.

Ho così, sbrigativamente svelato la motivazione passata dell’interpretazione e del successo del Traité, ma quello che mi piacerebbe fare è puntare l’attenzione sull’oggi. Sull’importanza formativa che con la dovuta lettura critica, questo libro può donare a una società composta da esseri umani, giovani e meno giovani, che non riescono a non fuggire dalla propria individualità, che non riescono a sentirsi un IO senza gli ALTRI, persone che impaurite dal proprio ambiente sociale ne sono costantemente modificate e non lo modificano preferendo vivere la menzogna di uno status quo privo di qualsiasi personalità.

Tutti ambiscono a Dire, Fare, Essere. Una serie di verbi che non vengono mai coniugati alla prima persona e restano tali: “Essere eleganti”, “Essere se stessi”, “Fare grandi cose”, “Dire le frasi giuste”. Manca sempre il soggetto, facendo cadere la massa nel ridicolo di una vita privata del vero protagonista dell’esistenza, l’IO. L’omologazione raggiunta attualmente in ogni campo, dal bel vestito firmato e costoso che rassicura e tutela la mancanza di conoscenza, di curiosità per i tessuti, per le fogge,  fino a quella che investe la sfera dell’alimentazione, sempre più pressata in scatole minuscole e prive di sapori, è dovuta a una mancanza di modelli di riferimento, all’incapacità di ascoltare le proprie esigenze e aspirazioni.

Ai tempi di Balzac, nel 1830, la borghesia aveva voglia di essere presente al meglio, pur coprendosi di ridicolo, nei salotti francesi, attraverso scritti di questo genere ma comunque conoscendo il passato della sua nazione, la storia dei suoi costumi, avendo quindi una base (pre)costituita dalla propria quotidianità: prima della rivoluzione industriale tutti gli abiti, le scarpe altri accessori erano artigianali, c’erano artigiani per ricchi e per poveri, l’arte e la bellezza erano ovunque, circondavano uomini e donne, i nobili erano punti di riferimento, ma soprattutto lo erano i propri genitori e nonni.

Queste ultime figure sono state essenziali fino ai nostri anni 50, tramandavano valori, trasmettevano storia, creavano un continuum esistenziale, una lunga radice che affondava nella terra della propria anima. Poi, l’impatto mass mediatico e il bombardamento virale di sub informazione che questo ha portato ha spostato il peso sul piatto della bilancia del confronto, eliminando totalmente le figure genitoriali emarginandole e assurgendo attori, cantanti e guitti a veri e propri modelli comportamentali e di vita.

Sembra retorico, ma in realtà è solo tragico. Tutto si è perduto, l’indefinito è diventata la nuova identità, l’ambiguità sessuale si è trasformata in lifestile, la voce orwelliana instilla dall’alto paura e coraggio per i corpi che popolano le città. Corpi e anime fragili che non vedono quanto hanno perso del loro amore per ciò che li circonda, per la semplicità che è massima espressione di gusto e apprezzamento del bello oggettivo e soggettivo, esteriore e interiore.

La semplicità delle buone maniere, di un capo abbinato in modo corretto, il rispetto di unità, nettezza e armonia, il piccolo rituale di scegliere la propria mise in base al dove, al quando e al perché di un luogo, nessuno ha più di questi problemi. S’indossa qualcosa. Semplicemente. Magari qualcosa che hanno tutti. Mentre un abito è come un grado militare, indossandolo al meglio, conoscendone le fatiche di creazione e i tessuti impiegati, ci si eleva nella scala gerarchica dell’universo maschile.

Il grande insegnamento di Balzac è quello di far comprendere, a chi davvero vuole, che il bello è in ognuno di noi, che l’ansia di essere accettati crea –come stiamo vedendo- solo mostri, che il vero uomo elegante non è un pagliaccio colorato e griffato che fa girare gli occhi dei passanti, ma il suo perfetto contrario, che la sobrietà è un dono da elargire o ricevere.

Questo libro è una panacea rivoluzionaria contro ogni dictat post moderno che vuole inficiare la nostra capacità cognitiva e critica e rende tutti ugualmente infelici nei propri abiti incomodi e costosi.

 

 

Salvatore Parisi

Psicologo clinico, direttore della Scuola Romana Rorschach.

Titolo: Trattato della vita elegante
Autore: Balzac Honoré de
Curato da: Pietrogiacomi A.
Traduttore: Grassi M.
Illustratore: Mocchia di Coggiola M.
Editore: Piano B
Collana: La mala parte
Data di Pubblicazione: 2011
ISBN: 8896665388
ISBN-13: 9788896665381
Pagine: 112

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